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Un uomo libero in una Sicilia libera.
post pubblicato in Per non dimenticare, il 9 maggio 2013



Peppino Impastato, prima di essere un compagno, un poeta, uno dei primi geniali "disk jockey" dei nostri tempi era, innanzitutto, un uomo libero. E fu questo suo "status", questa sua voglia di libertà a condannarlo a morte 35 anni fa, quando gli scagnozzi di Tano Badalamenti con la complicità e il silenzio omertoso di tanti, lo legarono e lo fecero saltare in aria alla ferrovia.
La mafia ha sempre preso di mira tutti gli uomini liberi, tutti coloro che rivendicavano la propria libertà, perchè chi si professa tale non è assoggettabile alla minaccia mafiosa fatta di ricatti, costrizioni, patti scellerati. E ancora oggi la stessa mafia che uccise Peppino continua a spadroneggiare in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania ma non solo; ormai la presenza capillare della mafia sul territorio italiano permette a "cosa nostra" di manovrare appalti, condizionare la vita sociale, politica e soprattutto economica.
Oggi però esiste un'altro tipo di mafia "bianca" che fa vittime attraverso lo stritolamento della gente per fame, attraverso i prelievi forzosi dai conti correnti, attraverso gli accordi politici che passano sopra la testa della gente; è quel tipo di mafia transnazionale che prende vita da accordi tra potetanti bancari internazionali, gruppi di potere politico-finanziari che puntano a governare il mondo espropriando i cittadini del proprio potere decisionale; a questi gruppi non piacciono gli uomini liberi e li mettono a tacere tacciandoli per folli, destabilizzanti, sovversivi. Ecco; oggi uno come Peppino sarebbe definito un sovversivo, come succedeva esattamente 35 anni fa.

Peppino diceva che la mafia era una montagna di merda; oggi possiamo dire che quella montagna ci ha sommerso fino al collo e, se non avremo il coraggio di tirare la testa fuori, non ci lascerà più respirare.
Nell'interesse di tutti o di pochi altri
post pubblicato in Diario, il 30 aprile 2013
La storia si è ripetuta; Napolitano, vista l'impossibilità di formare un governo sostenuto da una maggioranza stabile e certa, lo ha rifatto di nuovo. Infatti dopo avere "inventato" il governo dei tecnici, presieduto da Mario Monti e che sarà ricordato dagli italiani al pari dell'omologo sanguinario governo Amato, invece di rimandare gli italiani alle urne o di conferire l'incarico per un governo di scopo, rispondendo alle pulsioni berlusconiane, ha deciso di conferire l'incarico a Enrico Letta (unico caso di vicesegretario del PD in carica con tutta la segreteria dimissionaria), per la formazione di un anomalo bicolore PD-PDL, con la partecipazione amichevole di Scelta Civica.

In pratica si è ripetuta, la stessa storia del 2011 con una piccola, ma non trascurabile, differenza; allora Napolitano, scegliendo Monti, si assicurò che lo stesso potesse lavorare con margini e poteri sufficienti per evitare il default finanziario e, una volta raggiunto l'obiettivo, traghettasse il paese sino alla fine della legislatura. Oggi invece Napolitano, nella pienezza dei poteri conferitegli dall'inconsueta rielezione, ha di fatto creato le condizioni per una coalizione di governo in sostegno ad un esecutivo politico a tutti gli effetti, all'inizio di questa legislatura e in una condizione certamente preoccupante ma non paragonabile alla gravissima crisi del 2011.

Pd e PdL, con la benedizione di Mario Monti, alleato comodo per fare numero, hanno di fatto dato vita al compromesso storico del 21imo secolo, in barba a tutti gli elettori del PD ai quali era stato espressamente detto che mai sarebbe stato fatto un altro governo con Berlusconi (dopo l'infausta esperienza Monti, appunto). E ai democratici, almeno quelli che stanno al governo, non sembra granchè importare che questa soluzione determinerà la morte del partito stesso e l'allontamento di tutta la base elettorale; tant'è che Enrico Letta, dopo le nomine ministeriali, che tanto avevano fatto discutere, specie nel caso della De Girolamo o della Lorenzin prive di alcuna competenza specifica in materia messe in due dicasteri chiave, ha messo mano al Cencelli e ha dato via alla folle distribuzione dei posti di sottogoverno rimettendo in pista mestieranti come Miccichè, Vicari e Castiglione con ben 40 nomine, il massimo consentito. E poco importa che i parlamentari nominati non avranno un doppio stipendio; come direbbe Totò "''Cca nisciuno è fesso"! Il potere dato dalla possibilità di governare un "gabinetto" ministeriale, attraverso nomine, consulenze, incarichi, non è paragonabile al pur cospicuo compenso che un sottosegretario (o viceministro, quando ciò sussista) possa percepire. E attraverso questo grappolo di nomine Letta spera di avere messo a tacere qualche mal di pancia che la precedente gestione delle nomine di governo aveva di fatto causato specialmente tra le fila del PD.
E a proposito di malumori, cominciano a montare quelli del PdL che, cominciano a sventolare la bandiera della sfiducia se Letta non si prodigherà ad abrogare l'IMU e a restituire quella già pagata ai contribuenti; è ovvio che tale pretesa è solo demagogica in quando al momento è difficile pensare a una finanzia pubblica, già indebolita dalla crescita economica assente (meno utili meno tasse), che possa rinunciare al suo pezzo da 90 in termini impositivi. La sospensione dell'imposta rischia di ingenerare molta confusione soprattutto se, qualora le circostanze lo richiedessero, alla fine il governo dovesse richiederne il pagamento magari in un'unica soluzione a dicembre, con un salasso senza precedenti. E, nelle ultime ore, un altro argomento ricattatorio fa capolino a palazzo Chigi; Berlusconi intende presiedere la Convenzione per le riforme, un pò come se Hilter fosse stato nominato Nobel per la pace. E alle rimostranze di chi fa notare che quell'incarico debba essera dato a una personalità di autorità, competenza e imparzialità riconosciuta, il PdL si è affrettato a fare sapere che un eventuale veto "personale" potrebbe pregiudicare la tenuta del governo: si scrive governo Letta, si legge "ricatto infinito".
La carica dei 101: cronaca di un partito che non c'è mai stato
post pubblicato in Diario, il 20 aprile 2013
Il PD non c'è più, o meglio, non c'è mai stato. All'indomani dell'affossamento della candidatura di Romano Prodi, si fa a gara a capire chi sia stato ad affossare il partito e chi ne abbia, nei fatti, voluto la distruzione. Il fatto è che questo partito non è mai esistito e la crisi, forte, dello stesso, parte da molto lontano e non è riconducibile all'ultima elezione del capo dello Stato.

Veltroni, all'indomani del famoso congresso del Lingotto, aveva pensato bene a un partito a vocazione maggioritaria che facesse il lavoro della vecchia DC, ossia assorbire al suo interno le molteplici anime di un centrosinistra sempre sul punto di implodere, in modo da presentare, all'esterno, una visione unitaria che, di conseguenza attirasse il voto indeciso e moderato, da sempre allergico a chi si divide e litiga. In realtà l'idea veltroniana regge giusto il tempo delle elezioni, perse abbastanza nettamente, e si ricomincia già a litigare su leadership, correnti, spartizioni. Tutto ciò si trascina praticamente fino all'anno scorso, con un PD mezzo morto, con il consenso ridotto ai minimi termini, perdente in tutte le primarie ogni volta che c'è da scegliere un candidato di coalizione (emblematiche le gestioni dei casi Milano, Napoli e Palermo, oltre che per la regione Puglia); l'affossamento del governo Berlusconi, per demeriti propri, oltre che l'entusiasmo portato da nuovi personaggi come Renzi, ridà linfa vitale al PD e la suo segretario, Bersani, convinti che, con Berlusconi ormai fuori dai giochi, e fuori dalle responsabilità di governo, nei fatti solo nelle mani di Monti e del suo governo tecnico, la partita sarebbe stata vinta.
Invece la storia ci racconta di un PD che riesce a disperdere 12 punti di distacco, grazie alla disastrosa campagna elettorale, fatta di un isolamento mediatico senza precedenti, e che vince, perdendo, le ultime elezioni politiche.
Di fatto, dal 25 febbraio, il PD viene commissariato dallo stesso Napolitano, che, visto la frammentazione delle forze in campo, pone come condizione all'incaricato Bersani, per la formazione di un governo, le larghe intese ad ogni costo, sia per quanto riguarda la formazione di un governo che non c'è stato (il tentativo di Bersani di fatto con il M5S è una iniziativa personale, ampliamente criticata dalla maggior parte del PD), sia per la scelta di un candidato alla presidenza della Repubblica.

E riguardo questo ultimo passaggio vale la pena fare qualche piccola riflessione; la scelta di Marini, evidentemente non condivisa neanche dallo stesso Bersani (vi pare possibile che la portavoce dell'ex, ormai, segretario del PD, dichiari di non votare Marini senza essersi consultata con Bersani?), fa venire a galla l'incapacità del PD di prendere scelte unitarie, oltre che l'impossibilità (più che incapacità) del segretario PD di dettare la linea politica. La mossa successiva, del giorno dopo, di chiedere, motu proprio, all'assemblea di candidare Prodi, è assolutamente strumentale; non è infatti possibile che Bersani abbia scelto Prodi convinto di farlo eleggere subito, pur sapendo che il PD e SEL non avevano i voti per eleggere l'ex presidente della CE, e senza pensare che sarebbero serviti un paio di giorni per raccattare i voti mancanti necessari, magari presso il M5S o Scelta Civica. Dunque perchè Bersani ha deciso di bruciare il nome di Prodi? Probabilmente l'ex segretario, logoro per una situazione nella quale era prigioniero della parola data a Napolitano, dei veti incrociati del partito sui vari candidati e delle mosse del PdL, ha deciso di fare saltare il banco, stanando di fatto i famosi 101 traditori e mostrando, di fatto, tutte le spaccature del PD.
E i segnali che questa mossa avesse questo scopo si percepivano e sono diventati evidenti; per esempio per quale motivo Fioroni avrebbe dovuto fotografare il suo voto per Prodi se non avesse temuto la prevista caccia al franco tiratore (come si dice: Excusatio non petita, accusatio manifesta)? Oppure per quale motivo Berlusconi ha, legittimamente, mandato fuori dall'aula i suoi se non per stanare i franchi tiratori dalla sua parte ma, soprattutto, per mettere ancora più in evidenza, a propri fini elettorali, l'inaffidabilità del PD che sarebbe crollato sul nome di Prodi? O ancora, che motivo avevano Grillo e i suoi, di fare intravedere qualche spiraglio sul nome di Prodi e, una volta annunciata dal PD la sua candidatura, affermare con durezza che non lo avrebbero mai votato (evidenziando che nessun voto sarebbe stato dato in aula)? E' evidente, dunque, che l'unico che non sapeva di essere stato scelto come agnello sacrificale era proprio il Professore, furente dopo avere appreso, dal Mali, l'esito farsa delle votazioni, oltre i milioni di elettori PD convinti che dietro quella candiatura, si sarebbe unito il partito invece di andare in mille pezzi.
Autoesclusosi Bersani, la direzione del PD torna nelle mani dei soliti noti; i D'Alema e Veltroni, oltre che gli ex DC, che hanno definito, da tempo, la linea del governo delle grandi intese (chiamasi grandi inciuci); se fossi in Renzi, non spererei troppo di avere campo libero per prendere in mano il partito e il governo del paese. Bersani, nato come uomo di D'Alema, aveva cercato di incarnare un profilo di modernismo conservativo, compromesso talmente stridente che ha finito, di fatto, per distruggerlo; ora invece Renzi si troverà di fronte, al di là dell'ex segretario, i soliti totem, coloro che hanno bloccato il ricambio generazionale del centrosinistra negli ultimi 20 anni e che hanno tutta l'aria di continuare a tenere saldamente in mano il timone.
Avviso ai capitani; potrete anche tenere a galla  il barcone, ma nel frattempo tutti i passeggeri (che in questo caso sono i vostri elettori) si saranno buttati in acqua, ormai certi della vostra capacità di non andare a sbattere contro gli iceberg; questo è il partito che non c'è.
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